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Stelle del drifting su ghiaccio: chi sono gli specialisti che fanno scuola?

📅 30 Agosto 2026✍️ di Daria Covelli⏱️ 8 min di lettura

Il primo scricchiolio arriva dai chiodi, un tintinnio sottile che anticipa l’alba. Sul lago alpino la superficie è un foglio teso, azzurro latteo, e l’aria punge come in una vecchia pista di curling. È lì che ho imparato ad ascoltare il ghiaccio: venticinque anni tra scivolate, scope e tattiche millimetriche, poi, dal 2010, la scelta di portare auto elettriche a danzare dove un tempo danzavano le stone. Questa mattina, mentre un prototipo compatto disegna un arco perfetto con il posteriore sciolto, riconosco la calligrafia di chi sul ghiaccio fa scuola. Non è solo velocità: è grammatica del controllo, lessico di pazienza e scatto, punteggiatura di gas e silenzio.

Dove nasce una scuola: tra laghi gelati e paddock silenziosi

Le scuole di drifting su ghiaccio non hanno campanelli né lavagne. Si riconoscono da come si preparano i paddock, da come il team stende i cavi di riscaldamento per tenere vive le gomme, da come un ingegnere guarda il cielo per leggere l’umidità. Sui laghi del Nord, tra Svezia e Finlandia, la lezione è iniziata decenni fa: controllo dello sbandamento come condizione naturale dell’inverno, tradizione che scorre di padre in figlio. Sull’arco alpino la didattica ha trovato nella dimensione dei circuiti temporanei una palestra efficiente: curve strette, velocità medie ridotte, margini minimi per l’errore. Dal bordo pista osservo spesso i giovani che arrivano dalle piste kart, e i professionisti del turismo o del rally che prestano le mani per affinare il mestiere. Qui il ghiaccio diventa un acceleratore di sensibilità: tutto appare più lento, tutto succede in un attimo.

Ogni inverno rivedo le stesse liturgie. La spazzolatrice in pista, il tecnico che misura la profondità della lastra, l’assetto che cambia di due giri di ghiera e muta il destino di un pomeriggio. Chi fa scuola si riconosce presto: non è il più aggressivo, è colui che sa attendere il punto in cui la macchina respira, il momento invisibile in cui trasferisce carico all’anteriore senza spezzare la cadenza del retrotreno. Sono gesti che si apprendono con l’occhio prima che col cronometro.

Tecnica, sensibilità e chiodi: l’ABC degli specialisti

Il ghiaccio è un professore severo e generoso. Insegna che un grado in meno cambia la tenuta, che un dosso di cristalli scollati può valere un sorpasso. Gli specialisti curano l’innesco della derapata come fosse un intervento chirurgico: uno sguardo al punto di corda, un alleggerimento in ingresso, un tocco di freno con il piede sinistro per caricare l’avantreno e poi la magia della trazione che non strappa ma accompagna. La chiamano modulazione, io la chiamo cadenza: un ritmo che si affina più con l’ascolto che con la forza.

Il materiale è la seconda lingua da padroneggiare. Lo dico sempre ai ragazzi che arrivano al mio briefing: imparate a leggere il vostro set di Pneumatico chiodato. La disposizione dei chiodi, la loro altezza, la temperatura a cui la carcassa “parla” davvero, sono segreti di bottega quanto un buon assetto. Ho sentito più volte piloti esperti rifiutare la tentazione di aumentare il grip assoluto per non perdere la progressività: sul ghiaccio, se la derapata non è raccontabile con anticipo dalla macchina al pilota, diventa un azzardo.

C’è poi il capitolo della coppia. Sulle vetture moderne, specie se elettriche, l’erogazione istantanea è un dono e un pericolo. I maestri la trattano come una corda tesa: si spingono fin dove l’angolo di slittamento rimane vivo, senza superare il confine in cui il retrotreno esplode in un controsterzo inutile. La regolazione dei map di potenza, la finezza sulla pedaliera e l’uso calibrato della frenata rigenerativa sono gli strumenti di un artigiano. Una volta un giovane mi domandò se esiste una “ricetta” unica; risposi che la ricetta è nel suono. Quando i chiodi cantano tutti assieme, sai che sei nel punto giusto.

Volti e stili: i maestri che segnano il passo

Le “stelle” del ghiaccio sono spesso nate altrove. Arrivano dal rally, dalla pista, dal turismo, e su questa superficie imparano una forma di umiltà. In Francia, dove l’inverno accende i riflettori su uno dei campionati più seguiti, ho visto campioni abitati dalla pazienza: giro dopo giro, costruivano un margine invisibile, un vantaggio fatto di traiettorie ripetute come una litania. In Scandinavia ho incontrato specialisti che sembravano scolpire il pendolo con la stessa naturalezza con cui si cammina su un sentiero nevoso: la transizione tra sottosterzo e sovrasterzo come un respiro unico, senza scalini.

Non serve elencare nomi per capire cosa li distingue. È la maniera in cui interpretano lo stesso identico anello di ghiaccio. C’è il “calligrafo” che tiene l’auto su un filo costante, senza mai lasciare che la coda superi l’angolo utile. C’è il “pittore” che entra con più corpo, concede una sbandata ampia e la ricuce in uscita per darsi slancio sul rettilineo successivo. E c’è il “sarto”, capace di adattare la linea all’avversario, cucendogli addosso un errore con un cambio di ritmo all’ultimo metro. I ragazzi che seguo durante gli stage imparano presto a riconoscerli, come si riconoscono le mani di un grande maestro dal tratto.

Negli ultimi inverni ho visto anche volti nuovi, figli della simulazione e dell’analisi dati. Arrivano con ore di telemetria alle spalle, predisposizione naturale a leggere grafici e a trasformarli in gesti. La loro velocità di apprendimento è impressionante. Ma quando la pista cambia in un quarto d’ora, il ghiaccio chiede ancora quella cultura del contatto, dell’orecchio, della sabbia invisibile che si deposita tra gomma e superficie. È in quel momento che i veterani riscrivono la lezione.

La rivoluzione elettrica: silenzio, coppia e gestione termica

Da quando ho iniziato a organizzare eventi per auto a batteria, la domanda più frequente è sempre la stessa: come si trasforma il drifting su ghiaccio con il passaggio all’elettrico? La prima risposta è sonora. Il paddock è un luogo di sussurri, i team si parlano a bassa voce e i motori acuti non esistono più. Ma la realtà è più profonda. Il Veicolo elettrico cambia il cuore del gesto: la coppia è immediata e, con i software giusti, millimetrica; la distribuzione dei pesi è spesso più bassa e centrale; la gestione termica diventa una disciplina nella disciplina.

In notti di dieci sotto zero ho visto batteristi con lo sguardo ai laptop più che alle gomme, intenti a mantenere il pacco batterie in una finestra di temperatura che garantisca non solo prestazione ma coerenza giro dopo giro. Una derapata iniziata con una batteria fredda non è la stessa derapata a batteria calda: cambia la risposta all’acceleratore, muta la percezione, si riscrive il bilancio dei trasferimenti. Gli specialisti che fanno scuola in questo nuovo mondo sanno anticipare il decadimento e si allenano alla progressività, portando il peso dell’auto dove serve senza chiedere troppo agli algoritmi del controllo trazione. È un dialogo tra uomo e sistema, e quando funziona il risultato è quasi ipnotico.

Il pubblico lo sente. Forse vede meno fumo, di certo sente più tensione. Nelle tappe alpine l’attenzione alla sostenibilità ha aperto piste e possibilità: meno emissioni locali, più facilità d’accesso per strutture turistiche, nuove collaborazioni con enti territoriali. In alcuni borghi il profilo silenzioso delle vetture ha consentito orari prima impensabili, trasformando l’evento in una vetrina invernale che porta lavoro, formazione e un modo diverso di vivere la montagna.

Giovani allievi e futuro sostenibile

Ogni stagione porto una manciata di ragazzi e ragazze a respirare il paddock dall’interno. Non tutti diventeranno professionisti, ma tutti imparano qualcosa che resta. Iniziamo sul ghiaccio vivo, con lenti giri di apprendistato, poi passiamo in sala dati. Li osservo mentre confrontano la loro traccia GPS con quella di un riferimento: dove anticipo, dove ritardo, come rendo regolare una rotazione che oggi mi sfugge. La parte più sorprendente, però, è la conversazione con i tecnici. Capire perché una sospensione si irrigidisce sull’asse posteriore per assecondare una derapata, o come una mappa di rigenerazione freno troppo intrusiva possa rovinare una staccata dolce, vale più di una manche perfetta.

La sostenibilità, per me, non è solo alimentazione elettrica. È l’educazione al rispetto della superficie e del territorio. Le piste di ghiaccio sono organismi sensibili: vanno trattate come un bene comune. Chi fa scuola insegna anche questo. Completata la giornata, torniamo spesso sul tracciato a osservare come si è consumato, dove i chiodi hanno arato la lastra, quali zone necessitano di acqua e rullo. È il modo migliore per capire davvero cosa chiede la pista al giorno dopo. E quando i ragazzi risalgono in macchina, l’auto sembra ascoltarli di più.

Una lezione che rimane sul ghiaccio

Nel pomeriggio il sole si stende basso e il lago prende sfumature di piombo. La giovane che avevo seguito all’alba rientra ai box. Ha le guance rosse e un sorriso che conosco bene: è il sorriso di chi ha trovato un punto d’equilibrio. Non una vittoria, non un tempo inarrivabile, ma la sensazione netta di avere conversato con il ghiaccio senza sovrastarlo. Mentre stacchiamo i cavi, il tintinnio dei chiodi torna sottile e circolare, come all’inizio. Penso a tutte le mani che qui insegnano e imparano, ai maestri che non sbandierano la loro arte e ai ragazzi che, usciti dal casco, si scoprono più leggeri.

Il drifting su ghiaccio è una lingua viva. Cambia con le stagioni, con la tecnologia, con le persone che lo abitano. Le stelle che fanno scuola non brillano per vanità: illuminano una strada breve e complicata, una traiettoria che domani, con un grado in più o in meno, andrà riscritta daccapo. È questa l’essenza che mi ha portata qui anni fa, via dalla comfort zone del curling: la promessa che ogni curva nasconde una storia nuova, e che per raccontarla bisogna saperla ascoltare. La pista si svuota, i chiodi tacciono. E nel silenzio rimane la lezione più limpida: il ghiaccio ricorda chi lo rispetta.

Daria Covelli

Daria ha seguito per venticinque anni il mondo del curling e, dal 2010, si dedica all’organizzazione di eventi di auto elettriche su ghiaccio nell’arco alpino. Intervista piloti, tecnici e giovani atleti sulle nuove frontiere sostenibili del motorsport gelato, valorizzando storie di passione e tecnologia.

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