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Team vincenti: cosa distingue davvero una squadra di protagonisti nelle gare su ghiaccio?

📅 22 Agosto 2026✍️ di Daria Covelli⏱️ 6 min di lettura

<p>Era febbraio, sulle Alpi, quando ho visto per la prima volta come il ghiaccio si trasformasse in una pista dove il vero protagonista non era la velocità, ma la coesione. Una squadra di piloti di auto elettriche si stava preparando per una gara d’alta montagna, e mentre aspettavano il momento di scendere sulla traccia ghiacciata, ho notato qualcosa di particolare: nessuno gridava, nessuno si nervosamente sopra gli altri. Parlavano tra loro come se condividessero una lingua che soltanto loro comprendevano. In quel momento ho capito che il segreto delle squadre vincenti sulle piste gelate non risiede nella prestanza fisica del singolo, ma nella capacità collettiva di leggere il ghiaccio come una partitura musicale.</p>

<p>Da venticinque anni osservo il mondo dello sport su ghiaccio, prima attraverso il curling, poi transitando verso il motorsport sostenibile. Ciò che emerge chiaramente è che il ghiaccio è un elemento democratico: non distingue tra forti e deboli, ma tra coloro che sanno ascoltare e coloro che no. Una squadra vincente comprende questa verità fondamentale e la trasforma in vantaggio competitivo.</p>

<h2>La comunicazione non verbale come fondamento</h2>

<p>Nelle gare su ghiaccio, la comunicazione verbale è spesso impossibile. Il rombo del motore, il vento, il rumore del ghiaccio che si frantuma sotto i pneumatici: tutto si unisce in un caos sonoro che rende inutile urlare istruzioni. Le squadre vincenti hanno sviluppato un sistema di segnalazioni che sfiora il telepatico. Gesti della mano, movimenti della testa, persino lo sguardo diventa un linguaggio.</p>

<p>Ho seguito una squadra giovane che prepara auto elettriche per le competizioni alpine. Il pilota principale, Marco, mi ha spiegato che durante gli allenamenti passa ore a osservare il meccanico, il responsabile della telemetria e il coach dal vivo. Non sono momenti di addestramento formale, ma di osmosi. Quando arriva il momento della gara, Marco sa esattamente quando il meccanico ha risolto un assetto, prima ancora che questi gli parli. Conosce il ritmo, legge i movimenti come fossero battiti di un cuore condiviso.</p>

<h2>La fiducia nel ghiaccio e negli altri</h2>

<p>Il ghiaccio è imprevedibile. La stessa pista può cambiare completamente da una giornata all’altra, persino da un’ora all’altra se scende il sole. Una squadra vincente non combatte questa instabilità, ma l’abbraccia. Ciò significa che ogni membro della squadra deve avere una fiducia assoluta negli altri, perché se qualcuno dubita del lavoro altrui, quel dubbio si trasforma in errore.</p>

<p>Durante una gara che ho documentato tre anni fa, una squadra si è trovata di fronte a condizioni meteorologiche completamente diverse da quelle previste. La temperatura era salita di cinque gradi, il ghiaccio era diventato più friabile, meno prevedibile. Molte squadre hanno chiesto di rimandare. Quella vincente, invece, ha fatto qualcosa di straordinario: ha dato assoluta fiducia alla propria preparazione. Non hanno modificato l’assetto, non hanno panicato. Il pilota si è limitato a dire al team: “Io guido come abbiamo preparato, voi fate quello che sapete fare”. E così è stato. La fiducia li ha portati alla vittoria.</p>

<p>Questo è il paradosso delle squadre vincenti: non vincono perché controllano ogni variabile, ma perché controllano la loro reazione alle variabili incontrollabili.</p>

<h2>La mentalità sostenibile come vantaggio psicologico</h2>

<p>Da una decina d’anni m’immergo nel mondo delle auto elettriche su ghiaccio, e ho osservato un fenomeno affascinante. Le squadre che hanno abbracciato pienamente la Sostenibilità ambientale non solo performano meglio dal punto di vista tecnico, ma sviluppano anche una coesione psicologica superiore. Non è misticismo: è semplicemente che quando una squadra condivide un obiettivo che va oltre la semplice vittoria, quando sa di rappresentare qualcosa di più grande, la motivazione diventa inestirpabile.</p>

<p>Ho intervistato decine di piloti e tecnici. Quelli che mi colpiscono di più sono coloro che, dopo la gara, non parlano della bandiera a scacchi ma del fatto di aver dimostrato che il motorsport può evolvere verso modelli meno impattanti. Questa mentalità crea una squadra dove ciascuno dà il massimo non per sé stesso, ma per il resto del team e per l’idea che condividono.</p>

<p>Una giovane pilota, Sofia, mi ha raccontato che quando sale in macchina sa che dietro a lei c’è un meccanico che ha passato ore a ottimizzare il consumo energetico, un ingegnere che ha studiato come ridurre il peso della vettura senza compromettere la sicurezza, un coach che crede fermamente in un futuro diverso dello sport. Non è sola. Non è mai sola.</p>

<h2>L’ascolto come strategia competitiva</h2>

<p>Se c’è una qualità che accomuna tutte le squadre vincenti che ho osservato, è la capacità di ascolto. Non intendo semplicemente sentire le parole, ma comprendere le sfumature, i dubbi, le intuizioni che gli altri esprimono.</p>

<p>Durante una preparazione di gara, il giovane telemetrista della squadra di Marco ha suggerito una modifica all’assetto basata sui dati. Era un ragazzo di vent’anni che lavorava con uomini e donne dall’esperienza decennale. La cosa straordinaria è che lo hanno ascoltato davvero. Non come una formalità, ma come se stesse dicendo qualcosa di importante. E infatti lo era. Quella modifica ha fatto la differenza.</p>

<p>Le squadre che vincono sanno che l’idea migliore non proviene necessariamente da chi ha il titolo più importante, ma da chi sa leggere il ghiaccio, la macchina, le condizioni con la massima chiarezza. E spesso, questa clarità viene da chi è libero da gerarchie mentali.</p>

<h2>Il rituale come colla del gruppo</h2>

<p>Prima di ogni gara, ogni squadra vincente ha un rituale. Non superstizioni, ma momenti condivisi che consolidano l’identità collettiva. Può essere una discussione di cinque minuti, una preghiera laica di concentrazione, una visualizzazione comune. Un gruppo che conosco bene si riunisce sempre quindici minuti prima della competizione, tutti in cerchio, e semplicemente dicono ad alta voce cosa rappresenta per loro essere squadra.</p>

<p>Questo non è sentimentalismo. È neurobiologia. Il nostro cervello si sincronizza quando condividiamo spazi e rituali. Una squadra che crea questi momenti sviluppa una Coesione sociale che nessun allenamento singolo può generare.</p>

<p>Tornando a febbraio, su quella pista alpina dove tutto è iniziato per me, ho compreso che il ghiaccio non è il nemico da sconfiggere. È lo specchio che riflette esattamente chi siamo come collettivo. Le squadre vincenti non vincono il ghiaccio. Vincono se stesse, trasformandosi in un’unità.</p>

Daria Covelli

Daria ha seguito per venticinque anni il mondo del curling e, dal 2010, si dedica all’organizzazione di eventi di auto elettriche su ghiaccio nell’arco alpino. Intervista piloti, tecnici e giovani atleti sulle nuove frontiere sostenibili del motorsport gelato, valorizzando storie di passione e tecnologia.

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